LISSONE TRA CRISI AGRARIA E FENOMENI MIGRATORI (1882 –
1911)
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Piazza Garibaldi |
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Operai e
garzoni della ditta De Capitani |
Alla fine dell’Ottocento
in molti comuni della Brianza si registrò un forte cambiamento
dell’antico ordine tradizionale, dovuto alla trasformazione
dell’attività agricola e all’espansione dell’industria
manifatturiera, aspetto quest’ultimo che riguardò anche
Lissone.
Alla crisi dell’agricoltura brianzola , nell’ultimo
ventennio dell’Ottocento, si aggiunse il peggioramento delle
relazioni tra coloni e proprietari, da considerarsi uno degli effetti
della ben più ampia crisi agraria internazionale che investì
anche la Brianza negli anni Ottanta.
La conseguenza più diretta delle peggiorate condizioni produttive
fu l’aggravarsi delle condizioni di vita delle masse rurali,
alle quali si aggiunsero le nuove richieste padronali che prevedevano
l’aumento del fitto a grano, la maggiorazione degli «appendizi»
e infine l’aumento delle giornate che obbligatoriamente il
contadino doveva garantire al proprietario in cambio, peraltro,
di una paga inferiore a quella stabilita dal mercato. I contadini,
inoltre, erano costretti a sostenere le spese per la coltivazione
del fondo, mentre le imposte fondiarie venivano divise a metà.
Nell’estate del 1885, la situazione, ormai insostenibile,
sfociò in agitazioni che si diffusero in numerosi mandamenti
ed ebbero il merito di porre sotto accusa i contratti colonici,
obiettivo di accese polemiche, in quanto riversavano sulle spalle
dei coloni la maggior parte dei negativi effetti della crisi.
Dal vimercatese le agitazioni dilagarono a macchia d’olio
in tutta la Brianza raggiungendo anche il mandamento di Monza e
quindi Lissone. Lo sciopero lissonese del 1885, il primo dall’Unità
d’Italia, non fu un fatto marginale nel panorama cittadino
e tanto meno un semplice riflesso ad agitazioni che si diffusero
in tutto il territorio brianzolo. A tal proposito, va detto che
lo sciopero non fu organizzato dai movimenti socialisti, che invece
dirigevano le agitazioni in molti dei comuni brianzoli. Si trattò
più che altro di una contestazione spontanea, concepita sull’esempio
dei comuni vicini, tuttavia guardato con occhio benevolo dal clero
locale, sensibile alle condizioni dei coloni e principale interprete
dell’atteggiamento critico maturato dai cattolici verso lo
Stato in seguito alle vicende della Questione romana.
Le agitazioni scoppiarono nel luglio del 1885, proprio nel bel mezzo
della stagione dei raccolti e del pagamento del fitto a grano. I
coloni chiedevano la riduzione del fitto e del canone per l’abitazione,
l’abolizione degli «appendizi», l’aumento
del salario per le giornate obbligatorie, allineandosi in definitiva
alle richieste dei loro compagni di lavoro brianzoli.
In piazza Garibaldi, la mattina del 13 luglio, i carabinieri rimossero
un manifesto diretto ai contadini affinché aderissero allo
sciopero, minacciando rappresaglie per tutti coloro che non avessero
condiviso la contestazione.
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L' APPROFONDIMENTO
Prof. Samuele Tieghi
LE CASCINE LISSONESI
Il paese, come è stato
già scritto, non era costituito solo da corti, ma anche da
numerose cascine che sorgevano nelle campagne circostanti.
I terreni erano contrassegnati da una scarsissima superficie occupata
da bosco, da brughiera e da prato, mentre la maggior parte del territorio
era coperto soprattutto da terreno aratorio con gelsi.
Il territorio agricolo prevedeva coltivazioni di cereali, mentre
negli anni Venti del Novecento le numerose vigne che per buona parte
dell’Ottocento avevano ricoperto parte del territorio lissonese
erano solo un lontano ricordo.
Lo spazio agricolo era interrotto da cascine e casolari, generalmente
di vecchia costruzione e non ancora compromessi dall’espandersi
dell’urbanizzazione, ma comunque interessati da un sviluppo
edilizio indipendente, che nel corso della seconda metà dell’Ottocento
evidenziò il carattere unitario e autonomo delle abitazioni,
accentuando ulteriormente la loro inclinazione all’isolamento.
Questi interventi radicali, finalizzati al prolungamento degli edifici
e dei rustici (stalle, fienili, etc.), erano più che altro
destinati a modificare l’assetto strutturale, ma non a mettere
in dubbio la tradizionale funzione agricola. Alla base ovviamente
c’era il solito aumento demografico che si accompagnava ad
una maggiore diffusione delle coltivazioni legate alla vite e al
gelso, tradizionale coltivazione dell’alto milanese per buona
parte del XIX secolo.
Le trasformazioni abitative più evidenti si ebbero, ad esempio,
nella completa chiusura della cascina a tre lati con l’aggiunta
di fabbricati che sostituiranno, il più delle volte, il semplice
muro di cinta. Ne è un esempio tipico la cascina Baldirona
che sorge ancor oggi ad est verso i confini con Biassono. Le testimonianze
di epoca tardo medievale attribuiscono il nome al nobile Giacomo
Baldironi, che la fece edificare e che era ancora vivo nel 1602.
Nel Settecento la proprietà era passata ad un erede, tal
Baldirone Porro don Francesco, già proprietario a Lissone
di molti altri immobili. Il catasto del 1722 la raffigura come casa
da massaro con orto. Il registro degli immobili, inoltre, rappresenta
l’ architettura della cascina caratterizzata da una particolare
forma a L, completata ad ovest del cortile da un edificio di dimensioni
modeste. Lo stesso impianto è mantenuto anche nel catasto
Lombardo-Veneto del 1858, mentre nel 1859 la cascina andò
completamente distrutta da un incendio. Nel 1902 la denominazione,
sino a quel momento immutata, cambiò in Cascina S. Mauro.
Ma non fu solo il nome a cambiare visto che anche la struttura originaria
subì mutamenti essenziali; infatti il Catasto del 1902 rileva
che i quattro lati perimetrali sono ormai completamente edificati,
mentre non si notano più edifici isolati all’esterno
della corte.
Quasi contemporanea alla Baldirona è la Cascina del Convenio,
la cui esistenza, opera del Luogo Pio del Convenio di Monza è
certificata inizialmente da una menzione documentaria del 1663.
Si trattava per lo più di modeste costruzioni rurali, abitate
da sole 23 persone nel 1789, mentre il catasto del 1722 evidenziava
la forma rettangolare della corte. Tuttavia l’insediamento
venne modificato in seguito, dato che il catasto Lombardo - Veneto
del 1859 riproduce la Cascina del Convenio con una struttura a forma
di U rovesciata, molto simile, peraltro, all’odierna casa
colonica ristrutturata e destinata a residenza. I cambiamenti continuarono
per tutto il secolo e nel 1902, stando alle informazioni ricavabili
dal Catasto di quell’anno, l’impianto della cascina
riportava sensibili modifiche rispetto la struttura originaria,
determinate da un allungamento degli edifici sui lati sud e ovest
della corte.
Tra il XIX e il XX secolo, oltre
ai mutamenti strutturali delle cascine si assistette anche a una
maggiore sensibilità dei proprietari, nei confronti dei dispositivi
igienici che portavano nelle nuove costruzioni il rispetto della
distanza tra stalle e locali di abitazione, il frazionamento delle
stalle in due o più corpi separati per limitare il rischio
d’incendi e alla migliore collocazione del pozzo.
Un esempio di tutto ciò è riscontrabile nella cascina
Rosalia costruita nel 1903 e presumibilmente una delle cascine più
recenti di Lissone, che compare per la prima volta nella carta dell’IGM
(Istituto geografico militare) del 1914 . Sorge ai confini con Muggiò,
lungo la vecchia strada vicinale Muggiò – Desio.
A nord, sulla via per Santa Margherita si segnala un gruppo di cascine
che un tempo costituivano il comune di Cassine Aliprandi composte
da Cascina Bini, Santa Margherita e Cascina Aliprandi. «Il
termine cassin indicava chiaramente l’origine e la fisionomia
di un insediamento prettamente rurale e povero, anche se il popolo
vi riconobbe col passare del tempo una categoria sociale a parte,
separata da quella del centro cittadino» .
Le tre cascine vennero fatte edificare dal nobile Giorgio Aliprandi
nel 1467, che volle dare il proprio nome al nuovo insediamento rurale.
Fino agli inizi del XVI secolo, le cascine lissonesi erano limitate
alle tre sopra esposte a cui si aggiungevano, procedendo verso levante,
la Cassina detta dei Pillizzoni (Bareggia). Ad esse si aggiungeva
poi la già citata Baldirona.
Nel 1869 l’acquisizione del comune di Cassine Aliprandi conferì
a Lissone un aspetto particolare, conseguenza dell’aggregazione
municipale di un paese che da tempo godeva di una propria autonoma
realtà.
I confini della Bareggia
erano situati a nord:
per cui la metà della
Cascina detta dei Pillizzoni o Bareggi che stava a mezzogiorno apparteneva
a Lissone, l’altra metà a Macherio. Una strada a sud
di detta Cascina conduceva alla Cascina dei signori Maldura (Comune
di Macherio), e divideva il territorio del Comune di Macherio da
quello di Lissone. La Parrocchia invece assommava le due Comunità
con gli stessi confini.
Accanto a queste cascine di più antica origine Lissone poteva
annoverarne altre di cui alcuni documenti degli anni Venti del Novecento
autenticano la presenza. C’era, ad esempio, la Maldura lissonese
costruita nel XVII sec.dalla stessa famiglia (già proprietaria
della vicina e più antica cascina Maldura di Macherio). Era
ubicata verso Biassono e distava dal centro 2.800 metri. Sempre
verso Biassono, sorgeva la Cascina Paolina che, edificata nel 1873
e comunemente nota come Maldurina, si trovava a tre km dal capoluogo.
In direzione di Vedano si poteva incontrare la cascina Panceri anch’essa
risalente al secolo XVII (detta anche Pancera o Panzera o Scotta,
fatta costruire dalla vedanese famiglia Panceri, in seguito acquistata
dal conte Scotti), che distava dal centro abitato circa 1.800 metri.
Seguivano poi la Cascina San Lorenzo a circa un chilometro e mezzo
dal centro, la Polveriera in prossimità dell’attuale
via Mascagni. Venivano poi le cascine S. Carlo, S. Pietro presso
Cascina Aliprandi, S. Biagio, Tremolada e Zappa in via Cattaneo
e San Martino. Numerosi erano anche i casolari, ovvero case isolate
abitate in genere da una sola famiglia di contadini, tra cui si
ricordano: S. Paolo nei pressi della via per Monza, Pozzi, Montrasio,
Radice e Cazzaniga .
Gran parte di queste località non si trovava sulle strade
comunali, per cui spesso l’unica maniera per raggiungerle
era quella di deviare per viottoli campestri perché «non
sempre è possibile recarsi da una all’altra direttamente,
ma devesi ritornare sulla strada comunale per portarsi ad altra
frazione».
Tav. 4: Censimento 1
dicembre 1921 (FOTO DOC)
Una statistica delle case rurali
del 1932 fotografò la situazione delle corti coloniche e
delle cascine lissonesi. Più avanti se ne parlerà
in maniera diffusa, qui basti ricordare che ancora in quegli anni
settantanove edifici rurali censiti denunciavano parzialmente o
totalmente gli stessi problemi d’inizio secolo, legati alla
mancanza di condizioni igieniche e alla cattiva manutenzione delle
strutture edilizie.
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Prof. Samuele Tieghi
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